Riflettere e interrogarsi
Accogliere il Cristo come il "nato da donna" significa accettarlo come pienamente inserito nella storia dell'umanità. Maria Santissima diventa così la garanzia che Gesù non ha fatto finta di diventare uomo, ma ha assunto pienamente la nostra umanità per salvarla. La figura di Maria, compresa all'interno del mistero di Cristo, è la via che conduce a vivere il cuore di tale mistero.
* Come la devozione mariana può diventare via per crescere nella
fede cristiana?
* La devozione mariana nelle nostre comunità aiuta a sviluppare
una sincera attenzione all'uomo?
* Nella prassi pastorale valorizziamo tutto l'umano come dono e manifestazione
di Dio?
* E il dialogo l'atteggiamento fondamentale del nostro rapporto con
il mondo e nella Chiesa?
* Quali atteggiamenti di fede di Maria di Nàzaret interrogano
oggi la nostra esperienza di fede'?
Ascoltiamo la Parola
"Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l'adozione a figli. E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori la Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio; e se figlio, sei anche erede per volontà di Dio" (Gal 4,4-7).
Meditiamo la Parola
L'angelo dell'annunciazione rivolge a Maria un invito alla gioia: "Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te" (Lc 1,28). Una parafrasi vicina al senso originale di questo saluto potrebbe essere: "Esulta, tu che sei ricolmata dall'amore gratuito di Dio; il Signore è con te, come salvatore sempre fedele all'alleanza".
A fondamento di tutto c'è l'amore gratuito del Padre, la sua grazia, che dona la salvezza "con ogni benedizione spirituale" (Ef 1,3) in Cristo, prima preparandola nell'eternità, poi attuandola nel tempo, infine portandola all'ultimo compimento. Tutti siamo pensati, amati, creati, redenti e glorificati come figli adottivi in comunione con il Figlio unigenito. Il primo atto della grazia del Padre, rivolta a noi in considerazione di Cristo, è l'elezione, la liberissima scelta del suo amore: "In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi" (Ef 1,4-5).
Maria è "piena di grazia", amata e benedetta da Dio insieme a tutti i membri della famiglia umana, ma in modo assolutamente singolare, in quanto è predestinata ad essere la Madre del suo Figlio. "Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!" (Lc 1,42), è il saluto di Elisabetta. Dall'eternità nel disegno del Padre è associata all'evento dell'incarnazione redentrice come Madre di Dio fatto uomo.
La divina maternità è il fondamento della posizione eminente e singolare di Maria nel mistero della salvezza. Sembrerebbe una proprietà talmente esclusiva da non ammettere alcuna analogia. Invece anche nella sua maternità Maria è figura, cioè modello e attuazione perfetta, della Chiesa, vergine e madre (cfr. LG 63-64).
Questa dottrina si appoggia a una tradizione, che prende avvio dalle parole di Gesù stesso: "Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica" (Lc 8,21). L'interpretazione che ne danno gli antichi Padri è molto realistica: la Chiesa genera Cristo nei cristiani e i cristiani come membra di Cristo; anzi "ogni anima che crede, concepisce e genera il Verbo di Dio" (sant'Ambrogio, Commento al Vangelo di Luca, 2,2).
Ai nostri giorni il Concilio Vaticano II insegna che la Chiesa è vergine e madre in modo simile, anche se nello stesso tempo diverso, a quello di Maria: essa infatti, in virtù dello Spirito Santo, mediante la predicazione, i sacramenti e la testimonianza di carità, genera e fa crescere i credenti come figli di Dio e, poiché questi partecipano alla vita dell'Unigenito, genera e fa crescere anche la presenza di Cristo in loro (cfr. LG 64-65).
D'altra parte la maternità di Maria non è soltanto una generazione biologica, ma una relazione di grazia, vissuta nella fede e nella carità. Più che aver portato il Figlio in grembo e averlo allattato al seno, Maria è beata per aver creduto alla parola del Signore (cfr. Lc 1,45; 11,27-28). "Ha concepito Cristo prima nel cuore che nel grembo", dice sant'Agostino (Discorsi, 215, 4); e il Concilio Vaticano II gli fa eco: "In fede e obbedienza ha generato sulla terra il Figlio stesso del Padre" (LG 63).
Dio non si è servito di Maria "in modo puramente passivo"; ha sollecitato il suo libero consenso, che è venuto prontamente: "Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto" (Lc 1,38). Con questa risposta di fede umile e coraggiosa, Maria si incamminava verso un futuro misterioso e si metteva subito in una situazione drammatica rispetto a Giuseppe, alla famiglia e all'ambiente. Nello stesso tempo entrava in una relazione di comunione del tutto singolare con un Figlio, che è l'"Emmanuele", "Dio con noi" (Mt 1,23).
Maria donna feriale. Chissà quante volte l'ho letta senza provare emozioni. L'altra sera, però, quella frase del Concilio, riportata sotto un'immagine della Madonna, mi è parsa così audace, che sono andato alla fonte per controllarne l'autenticità.
Proprio così. Al quarto paragrafo del decreto sull'Apostolato dei laici c'è scritto testualmente: "Maria viveva sulla terra una vita comune a tutti, piena di sollecitudini familiari e di lavoro".
Intanto, "Maria viveva sulla terra". Non sulle nuvole. I suoi pensieri non erano campati per aria. I suoi gesti avevano come soggiorno obbligato i perimetri delle cose concrete.
Anche se l'estasi era l'esperienza a cui Dio spesso la chiamava, non si sentiva dispensata dalla fatica di stare con i piedi per terra. Lontana dalle astrattezze dei visionari, come dalle evasioni degli scontenti o dalle fughe degli illusionisti, conservava caparbiamente il domicilio nel terribile quotidiano.
Ma c'è di più: "Viveva una vita comune a tutti".
Simile, cioè, alla vita della vicina di casa. Beveva l'acqua dello stesso pozzo. Pestava il grano nello stesso mortaio. Sedeva al fresco nello stesso cortile.
Anche lei tornava stanca la sera dopo aver spigolato nei campi.
Anche a lei, un giorno le dissero: "Maria, ti stai facendo i capelli bianchi". Si specchiò, allora, alla fontana e provò anche lei la struggente nostalgia di tutte le donne, quando si accorgono che la giovinezza sfiorisce.
Le sorprese, però, non sono finite, perché venire a sapere che la vita di Maria fu "piena di sollecitudini familiari e di lavoro" come la nostra, ci rende questa creatura così inquilina con le fatiche umane, da farci sospettare che la nostra penosa ferialità non debba essere poi così banale come noi pensiamo.
Sì, anche lei ha avuto i suoi problemi, di salute, di economia, di rapporti, di adattamento.
Chi sa quante volte è tornata dal lavatoio col mal di capo, o soprappensiero perché Giuseppe da più giorni vedeva diradarsi i clienti dalla bottega.
Chi sa a quante porte ha bussato chiedendo qualche giornata di lavoro per il suo Gesù, nella stagione dei frantoi.
Chi sa quanti meriggi ha malinconicamente consumato a rivoltare il pastrano già logoro di Giuseppe, e ricavarne un mantello perché suo figlio non sfigurasse tra i compagni di Nàzaret.
Come tutte le mogli, avrà avuto anche lei momenti di crisi nel rapporto con suo marito, del quale, taciturno com'era, non sempre avrà capito i silenzi.
Come tutte le madri, ha spiato pure lei, tra timori e speranze, nelle pieghe tumultuose dell'adolescenza di suo figlio.
Come tutte le donne, ha provato pure lei la sofferenza di non sentirsi compresa, neppure dai due amori più grandi che avesse sulla terra. E avrà temuto di deluderli. O di non essere all'altezza del ruolo
E, dopo aver stemperato nelle lacrime il travaglio di una solitudine immensa, avrà ritrovato finalmente nella preghiera, fatta insieme, il gaudio di una comunione sovrumana (A. Bello, Maria, donna feriale, in Scritti di Mons. Bello, 3, Molfetta 1995, 18-20).
Celebriamo la Parola
"Santa Maria, donna l`eriale, forse tu sola puoi capire che questa nostra follia di ricondurti entro i confini dell'esperienza terra terra, che noi pure viviamo, non è il segno di mode dissacratorie.
Se per un attimo abbiamo osato toglierti l'aureola è perché vogliamo vedere quanto sei bella a capo scoperto. Se spegniamo i riflettori puntati su di te, è perché ci sembra di misurare meglio l'onnipotenza di Dio, che dietro le ombre della tua carne ha nascosto le sorgenti della luce.
Sappiamo bene che sei stata destinata a navigazioni di alto mare. Ma se ti costringiamo a veleggiare sotto costa, non è perché vogliamo ridurti ai livelli del nostro piccolo cabotaggio. E perché, vedendoti così vicina alle spiagge del nostro scoraggiamento, ci si possa afferrare la coscienza di essere chiamati pure noi ad avventurarci, come te, negli oceani della libertà.
Santa Maria, donna feriale, aiutaci a comprendere che il capitolo più fecondo della teologia non è quello che ti pone all'interno della Bibbia o della patristica, della spiritualità o della liturgia, dei dogmi o dell'arte. Ma è quello che ti colloca all'interno della casa di Nazaret, dove tra pentole e telai, tra lacrime e preghiere, tra gomitoli di lana e rotoli della Scrittura, hai sperimentato, in tutto lo spessore della tua antieroica femminilità, gioie senza malizia, amarezze senza disperazioni, partenze senza ritorni.
Santa Maria, donna feriale, liberaci dalle nostalgie dell'epopea, e insegnaci a considerare la vita quotidiana come il cantiere dove si costruisce la storia della salvezza.
Allenta gli ormeggi delle nostre paure, perché possiamo sperimentare come te l'abbandono alla volontà di Dio nelle piaghe prosaiche del tempo e nelle agonie lente delle ore.
E torna a camminare discretamente con noi, o creatura straordinaria
innamorata di normalità, che prima di essere incoronata Regina del
cielo, hai ingoiato la polvere della nostra povera terra" (A. Bello, Maria,
donna feriale, cit., 20-21).